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The Box


Il team di The Box
di Andrea Vittoria Giovannini

Il civico 4 di piazza Bertarelli è assegnato a un palazzo con un karma legato alla stratificazione: le fondamenta risalgono al ‘400, il corpo centrale è del ‘700 e la facciata è stata rifatta nell’800. Non a caso, da più o meno un anno, nel piano terra di questo edificio si trova The Box: un progetto che in quanto a contaminazioni ha molto da dire. È il frutto del pensiero indipendente dello studio Colmanni + Minerva e di Spotti che dopo anni di collaborazioni si sono trovati allo stesso tavolo per proporre la stessa idea: creare un contenitore pensato per aziende professionisti e privati in cui far convergere tutte le figure e gli strumenti per la realizzazione di progetti di design tout court, in ottica tailor made.
 
Una boutique creativa che fa da incubatrice a idee che qui diventano progetto e prendono forma sempre sotto l‘egida della cooperazione, quella vera. Nei diversi ambienti animati da The Box che si articolano in 5 room distribuite su 200mq non troverete barriere ne fisiche ne mentali e non solo perché, tolta quella del bagno, non è stata installata nemmeno una porta, ma perché la visione comune delle due realtà che lo hanno generato è talmente nitida da impattare su ogni idea accolta in questo spazio come la mostra in ‘3 atti’ che attualmente occupa l’ingresso di The Box.
 
È stata questa l’occasione per incontrare Cristian Minerva, Architetto un-conventional co-fondatore del progetto che si è fatto le ossa come Product Manager in Fontanaarte lavorando con Vico Magistretti o Gianfranco Frattini. Ha approfondito poi quel metodo nella libera professione mixandolo con altre realtà e uno dei risultati di questo blend è il coinvolgimento di Paolo Rizzo che Minerva definisce il primo Resident Architect a The box. E io che pensavo che di resident, ci fossero solo i DJ!
 
Cosa succede qui a The Box? Questo è un hub dove si realizzano progetti chiavi in mano partendo dal concept arrivando al design della maniglia. Ci piace lavorare su idee sartoriali e molto curate dove la qualità emerge sia nel progetto che nella realizzazione, quello che offriamo è il processo complessivo come pure singoli tasselli mancanti per arrivare al risultato e anche se siamo più votati per l’hotellerie, la ristorazione e il mondo fashion siamo sempre aperti a nuove proposte.
 
Quindi siete catalizzatori incubatori ma anche propositivi. Esattamente. Il principio che secondo noi rappresenta la novità è la sinergia vera. Tutti oggi dicono che amano collaborare ma poi realizzarlo è un’altra storia. Per noi l’apertura e la collaborazione sono linfa vitale e avvicinarci all’arte o al design ci permette di confrontarci con ambiti limitrofi e diventare punto di riferimento per diffondere la cultura del progetto, noi crediamo che da questo tipo di educazione passi anche la buona architettura. Nei nostri interventi non siamo mai prevaricanti, ma attraverso queste attività parallele cerchiamo di guidare chi sceglie di farsi affiancare da noi.
 
Parliamo di questo progetto di curatela. Da dove è partita la scintilla? Noi fondatori avevamo un’idea molto chiara sul voler realizzare un ciclo di eventi per il 2017/18 che amplificassero i molti contenuti di The Box legati al design e all’arte. Da lì il nostro ufficio stampa ci ha proposto dei curatori autorevoli come Davide Colaci, docente e curatore professionista, e Simple Flair, una piattaforma di content creators, così insieme abbiamo sviluppato il progetto coinvolgendo tre designers per tre momenti basati sul brief di Ordine Disordine e Caos. Al momento abbiamo la collezione di maschere realizzata dal designer francese Philippe Tabet che ha lavorato su Ordine, dal 29 di novembre sarà il turno di Astrid Luglio che ha fatto un lavoro molto interessante sul tema Disordine e il 31 gennaio inauguriamo il periodo Caos con l’intervento dei ragazzi di Mathery Studio. L’innesco di queste sinergie è un po’ il paradigma creativo in cui crediamo e secondo cui decliniamo tutti i nostri interventi progettuali, diciamo che da noi funziona così.

Il duo creativo Simple Flair e il curatore Daniele Colaci

In un ambiente dove invidie e grandi ego sono molto diffusi questa è una piccola-grande rivoluzione. Mi fa piacere tu la legga così perché infondo, lo è. La risposta grande arriva più dagli studi giovani che non dagli studi storici che hanno ormai un loro modus operandi. Qui proponiamo un’alternativa e siamo sempre predisposti a collaborazioni offrendo strumenti utili a costruire i progetti, siamo uno spazio molto aperto alle energie che vengono dall’esterno.
 
Mi pare di capire che interno e esterno siano due aggettivi che funzionano poco qui. È vero. Amiamo più il concetto di porosità e permeabilità, crediamo che questa sia la chiave per avere un riscontro concreto: ovvio che ci interessa che le cose vengano realizzate e per far bene i progetti oggi non serve più avere una super struttura. Chiaramente abbiamo il nostro gruppo di lavoro ma per progetti più articolati sono le collaborazioni con altre realtà che danno veramente modo di crescere e generare risultati sempre più importanti ovunque ci capiti di operare, sia a Milano che all’estero. Di sicuro ci vuole tempo per far capire il nostro approccio, ma noi architetti siamo abituati a tempi lunghi di realizzazione.
 

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